Manduria tmosconi 1411

Gli ulivi secolari del Salento, tra miti e leggende

Viaggiare il Salento in primavera è come attraversare la tavolozza di un pittore impressionista; campi di fiori multicolori si alternano a chiazze rosse di terra viva che digradano pigramente verso le rocce grigie della costa e finalmente al blu intenso del Mar Jonio che, quando il vento dimentica di passare, si fonde con l’azzurro orizzonte del cielo.

Le stagioni alternano profumi e colori, solo una presenza sembra rimanere intoccata dal tempo; sono gli ulivi secolari, figure austere, quasi mitiche, che vigilano da millenni su queste terre.

Torna alla memoria il racconto di un’amica, di un mito di questa terra, che condivido volentieri per onorare la bellezza che mi accoglie e, in particolare, questi giganti protettori che accompagnano il viaggio in questi luoghi… da sempre.

Proiezione Manduria B077Nicandro di Colofone: “Si favoleggia dunque che nel paese dei Messapi presso le cosiddette Rocce Sacre fossero apparse un giorno delle ninfe epimelidi [protettrici delle greggi?] che danzavano, e che i figli dei Messapi, abbandonate le loro greggi per andarle a guardare, avessero detto che essi sapevano danzare meglio. Queste parole punsero sul vivo le ninfe e si fece una gara per stabilire chi sapesse meglio danzare. I fanciulli, non rendendosi conto di gareggiare con esseri divini, danzarono come se stessero misurandosi con delle coetanee di stirpe mortale; il loro modo di danzare era quello, rozzo, proprio dei pastori; quello delle ninfe, invece, fu di una bellezza suprema. Esse trionfarono dunque sui fanciulli nella danza e rivolte ad essi dissero: <Giovani dissennati, avete voluto gareggiare con le ninfe epimelidi e ora che siete stati vinti ne pagherete il fio>. E i fanciulli si trasformarono in alberi, nel luogo stesso in cui stavano, presso il santuario delle ninfe. E ancora oggi, la notte si sente uscire dai tronchi una voce, come di gente che gema, e il luogo viene chiamato” – Delle Ninfe e dei Fanciulli.
Ovidio precisa che “…il pastore prese a schernirle, e imitando la loro danza con rozzi saltelli, aggiungeva ruvidi insulti a frasi volgari: né smise di parlare finché il legno non ricoprì la sua bocca; ora, infatti, è un albero, e si può riconoscere il suo carattere dal sapore dei suoi frutti. Poiché l’olivo selvatico reca, nelle amare bacche, traccia della sua lingua: in esse è andata a finire l’asprezza delle sue parole” – Libro della Metamorfosi in I Messapi e la Messapia

Salento, pulizia sotto gli ulivi prima della raccolta

 

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